La procedura dell’ecografia è indolore, non presenta controindicazioni e non richiede alcuna preparazione specifica: il medico applica sul seno della paziente, sdraiata su un lettino, un sottile strato di gel acquoso e passa sul seno una sonda che emette ultrasuoni, permettendogli di visualizzare in tempo reale, su un monitor, le immagini della ghiandola mammaria.
L’ecografia mammaria è un esame che può essere effettuato in qualsiasi fase del ciclo mestruale, anche se viene preferita la fase post mestruale (5-12 giorno del ciclo). Non occorre alcuna preparazione specifica: la paziente viene fatta sdraiare su un lettino, con il braccio — corrispondente alla mammella sotto indagine — flesso, e la mano sopra la testa. Questa posizione consente un appiattimento della ghiandola e anche una maggiore immobilità nel corso dell’esame.
La mammografia bilaterale, come accennato, è un esame radiografico. Attraverso l’emissione di radiazioni a basso dosaggio (non dannose), offre informazioni preziose su microcalcificazioni e noduli di piccole dimensioni non visibili con l’ecografia o neoplasie in stadi iniziali. È utile per le donne che con l’avanzare dell’età presentano una mammella in involuzione adiposa, caratterizzata cioè dalla riduzione di tessuto ghiandolare e dalla presenza invece di una buona quantità di tessuto grasso.
Come si svolge? Si tratta di una radiografia effettuata comprimendo tra due lastre un seno alla volta. L’esame, per alcune donne più fastidioso, richiede pochi secondi e permette di ottenere immagini in tre dimensioni, a fronte di una minima esposizione ai raggi X. A effettuare la mammografia, in questo caso, è un tecnico di radiologia. Ma a garantire la sicurezza dell’indagine è la lettura separata dei risultati da parte di due radiologi senologi.
L’ecografia mammaria è in grado di evidenziare la presenza di formazioni nodulari che possono rendere necessario un intervento chirurgico o comunque una valutazione specialistica più approfondita. Il referto dell’indagine riporterà la dimensione e le caratteristiche dei margini di questo tipo di formazioni, elementi fondamentali per valutarne la natura benigna o maligna. Vi è poi un’ulteriore applicazione dell’ecografia al seno per la valutazione dei cavi ascellari. Molte donne hanno linfonodi nel cavo ascellare, che nel 90% dei casi risultano aspecifici, cioè non legati a patologie maligne, nonostante l’analisi ne riveli l’aumento di dimensioni. L’ecografia al seno può contribuire quindi a tranquillizzare la paziente. Nel caso di presenza di linfonodi specifici aumentati di volume, la prognosi, e di conseguenza la strategia, cambia completamente.
L’ecografia al seno permette inoltre di evidenziare patologie benigne, come ad esempio tutti i casi di mastopatia fibrocistica (cioè cisti liquide con fibrosi) noduli solidi benigni e formazioni nodulari a contenuto solido, con margini regolari e caratteristiche di assoluta benignità quali fibroadenomi, lipomi, ecc.
Ci sono poi una serie di patologie che con l’ecografia del seno non possono invece essere evidenziate, come ad esempio l’insorgenza di micro-calcificazioni, che possono essere segno di un tumore in una fase molto iniziale. Per queste formazioni che si possono presentare dopo i 40 anni è dunque necessaria la mammografia, magari supportata proprio dall’ecografia al seno. Infatti questa può essere molto utile a supporto della mammografia che anch’essa talvolta, da sola, può non essere sufficiente a individuare un tumore. Ciò è vero soprattutto per le donne che, pur essendo nella fascia d’età dello screening mammografico (dai 40 ai 70 anni), hanno un seno denso e ricco di tessuto fibroso, in grado di “mascherare” la malattia. Anche se fino ad oggi nessun altro esame si è rivelato più efficace della mammografia, grazie alla quale la mortalità del tumore al seno è calata del 30 per cento negli ultimi vent’anni, dei limiti ci sono. Per questo l’ecografia del seno a integrazione della mammografia è talvolta necessaria.